Fondi comuni: uno strumento costoso ed inefficiente

Anche nel 2020 i fondi comuni hanno dimostrato la loro inefficienza e oltre la metà di essi ha avuto rendimenti inferiori a quelli del mercato. Un’alternativa esiste ed è alla portata di tutti. 


Come ben sappiamo il 2020 è stato un anno estremamente particolare dal punto di vista finanziario, con i mercati azionari che nell’arco di meno di 30 giorni sono sprofondati del 30%-40% a marzo, per poi recuperare il terreno perduto nei successivi 6-12 mesi. È stato un anno che ha decretato in modo chiaro e senza mezze misure vincitori (la tecnologia in primis) e vinti (i settori energetico, dei viaggi e del turismo e gli industriali): il 2021 ha poi cambiato le carte in tavola premiando i vinti del 2020.

 

Anche in questo contesto del tutto eccezionale, la “gestione attiva” dei Fondi Comuni ha dimostrato la sua inefficienza, tanto che oltre la metà dei fondi azionari globali ha ottenuto un rendimento inferiore a quello offerto dal mercato.

 

Esistono numerosi studi che mettono a confronto il rendimento dei fondi comuni a gestione attiva con i loro benchmark di riferimento. Uno dei più autorevoli è lo SPIVA - S&P Indices Versus Active Scorecard che ogni sei mesi compara l’andamento dei fondi statunitensi con il loro indice di riferimento. L’ultimo rapporto, aggiornato con i dati del 2020, evidenzia ancora una volta come i gestori attivi siano particolarmente inefficaci nel mantenere la promessa su cui basano il loro lavoro: battere il mercato.

 

Mentre le turbolenze causate dalla pandemia avrebbero dovuto offrire numerose opportunità di sovra-performare, nel 2020 oltre il 60% dei fondi azionari domiciliati negli Stati Uniti ha perso terreno rispetto al mercato domestico (S&P 500).

 

Se nel 2020 i fondi che hanno fatto peggio dell’S&P500 sono stati il 60,33%, a tre anni la percentuale sale al 69,71%, a cinque anni al 75,27%, a dieci anni all’82,92% e a venti anni addirittura al 94%.

 

Per quanto riguarda i fondi azionari globali i dati non sono più incoraggianti: quelli che hanno fatto peggio del mercato sono il 54,35% nel 2020, il 61,7% a tre anni, il 70% a cinque anni, l’82,63% a 10 anni e l’86,55% a 20 anni (dati SPIVA US Year-End 2020).



Azionario USA: in blu i fondi che hanno fatto meglio dell’indice di riferimento, in arancione la percentuale di quelli che invece hanno fatto peggio.

 

 


Azionario Internazionale: in azzurro i fondi che hanno fatto meglio dell’indice di riferimento, in arancione la percentuale di quelli che invece hanno fatto peggio.

 


Anche sull’obbligazionario i risultati sono i medesimi: le sotto-performance dei fondi a gestione attiva rispetto agli indici negli ultimi 15 anni è ancora una volta evidente.

 


Obbligazioni internazionali: in verde i fondi che hanno fatto meglio dell’indice di riferimento, in arancione la percentuale di quelli che invece hanno fatto peggio.

 


La situazione non cambia se analizziamo i dati relativi ai fondi domiciliati in Europa:



Nella tabella sono riportate le percentuali dei fondi europei che sono stati battuti dal relativo indice (SPIVA Europe Year-End 2020)

 


Un altro studio degno di nota in questo ambito è il Morningstar’s European Active/Passive Barometer che analizza le performance dei fondi a gestione attiva domiciliati in Europa e li mette a confronto con quelle dei cugini a gestione passiva, ETF e fondi indicizzati, che approfondiremo in seguito.

 

Anche in Europa la musica non cambia: “I gestori di fondi attivi non sono riusciti a sfruttare a loro vantaggio la volatilità del mercato azionario del 2020. In base all’ultimo Barometro Morningstar dei fondi attivi e passivi, solo la metà dei fondi attivi è riuscita a superare gli ETF durante il sell-off e la ripresa del 2020. I numeri sono ancora peggiori sul lungo termine, con appena il 25% dei fondi attivi che fa meglio delle controparti passive su 10 anni. In alcune categorie, i tassi di successo sono disastrosi: negli Azionari Usa larg-cap growth, nessun fondo attivo ha battuto la controparte passiva nell’ultimo decennio.”

 

Le conclusioni a cui giunge lo studio sono le seguenti:

 

-        Il crollo dovuto alla crisi del coronavirus e il successivo rimbalzo hanno testato la narrativa secondo cui i fondi attivi sono generalmente maggiormente in grado di navigare la volatilità del mercato rispetto ai loro concorrenti indicizzati. La performance dei fondi attivi durante il 2020 ha dimostrato che questa nozione ha poco merito. In tutte le 65 categorie esaminate solo il 50,2% dei quasi 19.000 fondi attivi inclusi nell’analisi è sopravvissuto e ha sovra-performato la loro controparte passiva.

 

-        I tassi di successo a lungo termine dei fondi attivi europei sono bassi. Nei 10 anni fino a dicembre 2020, la percentuale di successo dei gestori attivi è stata inferiore al 25% in quasi due terzi delle categorie analizzate.

 

-        Nel decennio conclusosi a dicembre 2020, la percentuale di gestori attivi che sono sopravvissuti e hanno sovra-performato nei principali segmenti di mercato, azionario globale (Large Cap Blend) e azionario europeo (Large Cap Blend), è stata rispettivamente pari al solo 5,7% e del 9,6%.

 

-        Anche le percentuali di successo dei gestori attivi del reddito fisso sono state basse. Negli ultimi dieci anni, meno di un quinto è riuscito a sopravvivere e fare meglio della controparte a gestione passiva in 10 delle 14 categorie analizzate.

 

Non solo i fondi a gestione attiva non sono riusciti a proteggere gli investitori dai crolli registrati nel primo trimestre del 2020, ma più allunghiamo l’orizzonte della nostra analisi e più ci rendiamo conto che i fondi non fanno quello per cui sono nati: creare un extra-rendimento rispetto a quello offerto dal mercato.

 

E c’è di più per i risparmiatori italiani. Se, come abbiamo visto, i fondi a gestione attiva in generale non brillano per efficienza, quelli dei gestori italiani costano persino di più e offrono rendimenti inferiori a quelli europei, come testimoniano le analisi periodiche condotte dallo studio Tosetti Value riportate da IlSole24Ore. In particolare:

 4 febbraio 2020 Risparmio gestito, i prodotti italiani costano di più e rendono meno di quelli europei 4 maggio 2021 : Rendimenti, perché i fondi europei viaggiano a doppia velocità rispetto all’Italia?.

 

A questo punto la domanda che dobbiamo porci è: perché continuare a spendere il 2-3-4% per la gestione attiva quando esistono strumenti che fanno un lavoro migliore ad un decimo dei costi?!?

 

Einstein sosteneva che l’interesse composto fosse “l’ottava meraviglia del mondo, chi lo capisce guadagna, chi non lo capisce ne paga il prezzo

 

È esattamente così, ma l’interesse composto è un’arma a doppio taglio in quanto ha il medesimo effetto sia sui rendimenti che sui costi.

Consideriamo un investimento di 20.000 euro mantenuto per 5 anni: se il costo annuale dello strumento è pari allo 0,25% (quanto potrebbe costare un EFT) a fine periodo il nostro rendimento risulterebbe ridotto di 317 euro; ma se lo strumento costasse il 2% (ovvero come un fondo azionario a buon mercato), dopo 5 anni lasceremmo sul terreno oltre 2.400 euro!

Se poi al peso (considerevole) dei costi aggiungiamo l’inefficacia della maggior parte dei fondi a gestione attiva, il danno è doppio.

 

 

L’alternativa alla gestione attiva esiste e si chiama gestione passiva.

 

Inventata da John C. Bogle, fondatore di Vanguard e creatore, nel 1976, del primo fondo indicizzato che replicava l’andamento del principale indice azionario a stelle e strisce, l’S&P500.

 

Mentre i fondi a gestione attiva cercano di battere il mercato di riferimento, i fondi a gestione passiva si limitano a replicare quanto più fedelmente possibile l’andamento di un indice. L’enorme differenza tra i due stili di gestione, oltre alla filosofia che sta alla base, sono i costi. Mentre i fondi normalmente commercializzati dall’industria del risparmio in Italia hanno costi che vanno in media dall’1% al 3% (ma ve ne sono alcuni che toccano punte superiori al 4%!), la gestione passiva ha costi che, per gli strumenti più semplici, arrivano a 0,10%-0,30%.

 

Dal lontano 1976 la gestione passiva si è sviluppata, affiancando gli ETF (Exchange Traded Funds) ai fondi indicizzati, e ha acquisito autorevolezza, notorietà e quote di mercato. Negli Stati Uniti, da sempre precursori in ambito finanziario, i fondi a gestione passiva detengono una quota di mercato superiore al 40% e continuano a guadagnare terreno rispetto alla gestione attiva:

 



 

In Europa la loro quota di mercato è inferiore e si attesta intorno al 20%, ma i flussi sono in continua crescita (vedi FT  e Morningstar).

 

In Italia i fondi passivi sono ancora troppo poco conosciuti e utilizzati poiché vengono consigliati da una ristretta minoranza di consulenti finanziari che prestano la consulenza a parcella.

Questo tipo di servizio, offerto sia da consulenti indipendenti che da alcune reti di consulenza finanziaria, ha il pregio di eliminare il conflitto d’interesse che è il principale problema del mondo della consulenza finanziaria.

Se nelle banche tradizionali, dove vengono commercializzati esclusivamente i prodotti di casa (sulla cui qualità media è opportuno stendere un velo pietoso) il conflitto d’interesse è lampante, anche i consulenti affiliati alle reti, che normalmente hanno a disposizione un ventaglio di strumenti molto più ampio e variegato, sono soggetti ad un conflitto d’interesse. Tale situazione nasce dal fatto che i consulenti sono remunerati tramite una parte delle commissioni di gestione che i clienti pagano per gli strumenti che detengono.

Di qui il dilemma: il consulente consiglia ciò che è meglio per il cliente oppure ciò che è più remunerativo per sé?  

 

La consulenza a parcella elimina questo problema alla radice in quanto il professionista viene remunerato per la sua attività direttamente dal cliente tramite una parcella rappresentata da un costo percentuale fisso sul patrimonio su cui la consulenza viene prestata. Tale costo è concordato in anticipo dalle parti e viene addebitato sul conto corrente del cliente in modo che vi sia totale trasparenza.

 

Grazie a questo servizio il consulente è libero di consigliare gli strumenti che reputa più validi al fine di raggiungere gli obiettivi finanziari del cliente e quest’ultimo è certo che la consulenza gli viene prestata nel suo esclusivo interesse, ottiene un servizio di maggior qualità e sostiene dei costi chiari, trasparenti e noti a priori (oltre che spesso inferiori).

 

Una importante occasione per rendersi conto degli effettivi costi, spesso eccessivi, che gravano sugli investimenti è data dai rendiconti sui costi ed oneri ex-post 2020 che gli intermediari sono stati invitati a spedire ai clienti entro il 30 aprile 2021. Su questi rendiconti, con un po' di pazienza, è possibile trovare il costo percentuale e in valore assoluto che avete sostenuto per i vostri investimenti in aggregato nel corso del 2020. È inoltre possibile chiedere al proprio intermediario (che è tenuto a fornirlo) il rendiconto analitico che elenca i costi di ogni singolo strumento detenuto.

 

Un’alternativa valida e trasparente esiste ed è alla portata di tutti: gli ETF e la consulenza “a parcella”.


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